Parco Nazionale del Gran Paradiso

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SEDE Ente Parco Nazionale Gran Paradiso, via della Rocca, 47 – 10123 Torino, tel.0118606211, fax 0118121305.

Un nome profondamente evocativo, per un vero paradiso della natura e della montagna. Il Gran Paradiso è l'unico "quattromila" interamente in territorio italiano, possente massiccio che s'innalza con spettacolari ghiacciai tra Piemonte e Valle d'Aosta, ma soprattutto è il primo e più famoso parco della penisola.

Cinque valli. Gli oltre 70.000 ettari di natura protetta coincidono pressoché con l'area occupata dal massiccio montuoso. Quattro valli ne disegnano i confini: sul versante meridionale la lunga Valle dell'Orco, a oriente la boscosa Val Soana, a settentrione la Val di Cogne (con il Vallone dell'Urtier), a occidente la Val di Rhémes, mentre la Valsavarenche s'incunea tra le altre due valli valdostane, ed è interamente compresa nel Parco.




Al centro si erge la bella cima di neve e ghiaccio del Gran Paradiso (4061 m), cui fanno corona cime e ghiacciai altrettanto spettacolari. Verso nord il frastagliato crinale con Piccolo Paradiso, Becca di Montandayné, Herbetet e Grivola, che separa la Valsavarenche dalla Valnontey. Verso sud e poi ovest, ecco la piramide della Tresenta, la cupola di ghiaccio del Ciarforon, la Punta Fourà e poi la larga sella del Colle del Nivolet, che annuncia la Punta di Galisia e la Francia, con il confinante Parc National de la Vanoise. Infine, a est della cima del Gran Paradiso si stacca il crinale più lungo e frastagliato, con Roccia Viva, Torre del Gran San Pietro, Torre di Lavina, Rosa dei Banchi: è lo spartiacque che separa le valli di Cogne dai selvaggi valloni canavesani, cioè il settore più affascinante e meno noto del Parco. Qui, tra le case dei minuscoli villaggi di Piamprato, Campiglia, Forzo, o in solitari valloni come Valsoera, Piantonetto, Noaschetta, si possono rivivere le sensazioni dei primi frequentatori del massiccio.

Dalla riserva reale al Parco. Estate del 1850: il trentenne Vittorio Emanuele II risale la Valle di Champorcher e, con un faticoso trekking ante litteram, giunge a Cogne, dove partecipa con il fratello Duca di Genova ad alcune battute di caccia. Quella settimana fra le valli del Gran Paradiso segnò la nascita della sua passione per l'arte venatoria. Grazie a trattative con i comuni della zona, il re ottenne la cessione dei permessi di caccia e dal 1854 trascorse molte giornate tra queste montagne. Alle prime, scomode, battute, seguì un grandioso progetto per rendere più accessibili le valli: tra il 1861 e il 1864 vennero realizzati 300 km di mulattiere di caccia, con un tracciato principale di 150 km che descrive un semicerchio attorno al massiccio, da Champorcher fino a Ceresole. Lungo il percorso si costruirono cinque "case di caccia": Dondena nella Valle di Champorcher, Lauson nella Valle di Cogne, Orvieille in Valsavarenche, Nivolet al colle omonimo, Gran Piano sopra Noasca, che il "re galantuomo" utilizzò fino al 1876. Umberto I perpetrò la tradizione paterna tra il 1881 e il 1899, mentre l'ultimo re, Vittorio Emanuele III, effettuò solo poche ma spaventose battute (nel 1902 uccise 42 stambecchi in un solo giorno). Fortunatamente, il numero di stambecchi e camosci era ormai notevolmente cresciuto, grazie all'attento controllo dei guardaparco: le battute, infatti, erano riservate ai Savoia, ed era scomparso il bracconaggio. Nel 1913 il re effettuava l'ultima caccia: sette anni più tardi donava la propria riserva allo Stato, primo nucleo del Parco Nazionale istituito nel 1922.




Tremila metri di dislivello. Grazie ai successivi ampliamenti, il Parco è arrivato a comprendere un'area assai vasta, con un dislivello di oltre 3000 m, fra le vette e le zone di fondovalle. I boschi di conifere, soprattutto di larice, ma anche d'abete rosso e pino cembro (più raro l'abete bianco), si estendono fin oltre i 2000 m di quota in tutte le valli. Più in alto, il bosco lascia spazioai pascoli alpini, ai solitari "valloni sospesi" (conche di origine glaciale che si aprono sopra il solco della valle principale), ai fantastici panorami sullo sfondo di scintillanti ghiacciai. La varietà di ambienti naturali è ancora maggiore sul versante piemontese, dove i confini del Parco scendono fin sotto i 1000 m di quota, comprendendo anche boschi di latifoglie: castagneti nel fondovalle, frassini, aceri di monte, faggi. E ovunque una gran ricchezza di acque, con scroscianti torrenti che hanno profondamente inciso le valli, cascate, laghi, spesso ampliati con dighe per produrre energia idroelettrica. Proprio le tranquille valli delversante canavesano offrono incontri relativamente facili con il diffidente ed elegante camoscio. Più semplice l'avvistamento dello stambecco, vero simbolo del Parco: anche nei luoghi - più frequentati (Valnontey, rifugio Vittorio Sella, dintorni del Colle del Nivolet), questi maestosi ungulati pascolano tranquillamente, oramai incurantiil vero signore e padrone delle rupi e dei pascoli. Il ripopolamento è stato lento e alterno, ma i risultati attuali sono davvero invidiabili. Nonostante la loro stazza, gli stambecchi si muovono fra gli ostacoli con provata disinvoltura grazie alla particolare conformazione degli zoccoli, dotati di un morbido cuscinetto in grado di esercitare notevole aderenza, e pertanto adattissimi all'arrampicata sulle rocce. Facile l'incontro anche con le marmotte, d'indole pigra ma leste a rintanarsi non appena intravvedono qualche pericolo. E tra le tante specie presenti nel Parco ricordiamo ancora: il capriolo, la lepre variabile, la volpe, il tasso, la martora, l'ermellino; tra i rapaci l'aquila reale (presente con una dozzina di coppie), la poiana, lo sparviero, il gheppio, l'astore, la civetta capo-grosso, il gracchio alpino, la pernice bianca e il gufo reale; recentemente è stato avviato un progetto per la reintroduzione del gipeto, scomparso nel 1912.

Una conquista alpinistica tardiva. «Perché il Gran Paradiso debba portare un nome così serafico, non sapremmo dire,» ammette Felice Ferrero in una bella monografia sulla Valle d'Aosta compilata nel 1913 «è sicuramente una monta gna di facilissima ascensione, è inoltre una punta che offre un panorama che ha pochi rivali nelle Alpi ed è infine una punta tutta italiana – le quali sono tutte ottime qualità; ma una montagna che passa i quattromila metri, è sempre una montagna da trattarsi con un certo riguardo, e il fatto che il più grande dei ghiacciai che essa sfoggia porta il nome di "tribolazione" starebbe a indicare che non tutto è delizia, nemmeno da quelle parti». In effetti, sebbene nota, osservata, disegnata e descritta fin dal XVII secolo, gli alpinisti le dedicarono attenzione relativamente tardi, quando le altre vicine vette del Bianco, del Rosa, del Cervino erano già state violate. Due inglesi, J.J. Cowell e M. Dundas, salirono sul Gran Paradiso nel 1860 dalla Valsavarenche; dalla parte di Cogne si dovrà attendere fino al 1869. Da allora la grande montagna si aprì ai desideri di tutti, chiedendo in cambio rispetto e protezione.

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